| Intervista a 33ore |
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| Scritto da Ornella Benedetti |
| Giovedì 02 Luglio 2009 19:54 |
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In realtà scrivevo in italiano anche durante il primo, acerbo periodo di "A Black Ego", il nome dato inizialmente al progetto solista, e trasformavo i testi in inglese con vocabolario alla mano. Un procedimento francamente complicato che otteneva risultati non spontanei ed effetti linguistici talvolta forzati nonostante l'impegno; c'era poi la questione della pronuncia corretta, che non ho mai imparato, e che il 90% degli italiani che cantano in inglese non riescono a risolvere. Ad un certo punto mi sono detto: affari loro, e ho scelto di recuperare il valore nativo delle mie parole. Credo che per chi scrive musica sia inevitabile decidere o per lo meno avere il desiderio di fare un album quando inizia ad archiviare un buon numero di brani, cosa ti ha fatto decidere per la scelta delle 11 tracce di “Quando vieni”? Hai escluso dei brani? Se sì, per quale motivo? C'era una mezza dozzina di brani disponibili oltre a quelli cristallizzati in "Quando vieni" ma ho provato a limitare la ridondanza dei temi, scegliendo in certi casi canzoni molto più giovani e impulsive ovvero scritte di getto piuttosto che testi divenuti quasi degli "elaborati" visto il tempo complessivo in cui me li sono trascinati... Si è rivelata una scelta assolutamente giusta, visto che poi ho potuto far estinguere alcune canzoni che non avrebbero retto sulla lunga distanza, e riscrivere di sana pianta e con una illuminazione ed animo rinnovati altri brani molto interessanti dal punto di vista compositivo melodico. Hai all'attivo collaborazioni e partecipazioni in gruppi eccellenti della musica italiana, quanto e cosa ritroviamo di tutto questo in 33ore? Stai scrivendo dei nuovi brani, cosa dobbiamo aspettarci? Quali le maggiori differenze con le tracce di “Quando vieni”? Credo che non ci sia molto ad oggi di filtrabile tra 33ore e i progetti con cui collaboro se non la familiarità con la disposizione scenica. Del resto anche lo scarto avvenuto fra 33 ore e le esperienze passate all'incirca nel 2006 non riflette connessioni palesi, piuttosto una volontà di smarcarmi da quelli che ritenevo essere diventati modelli di background troppo rigidi (il virtuosismo e la sperimentazione eccentrica nei Caboto, l'americanismo degli ultimi Franklin Delano). La mia scelta era proprio quella di seguire l'altra bussola che avevo in tasca, del resto erano circa due anni che coltivavo intimamente questa nuova musica. Con "Quando vieni" credo di aver raggiunto l'obiettivo, nel senso che il disco se non altro formalizza incontestabilmente la diversità da quanto fatto prima; e su questa strada continuo a lavorare con nuove canzoni (molte ormai anche in stato avanzato) che se da un lato riconfermeranno la predilezione ai temi di intimo isolamento degli stati d'animo, dall'altro tale sospensione avrà un profumo di finestre aperte, per cui la dimensione claustrofobica sarà solo un riverbero; ci sarà qualche episodio onirico e soprattutto una nuova dimensione squillante e corale che mi intriga tantissimo. |





